In treatment 3
Immagini frutto di artifici e finzione ma che si presentano allo spettatore come scene che stanno accadendo, esattamente in quel momento, davanti a lui. Per me il cinema è anche questo e tornare dietro la macchina da presa di In Treatment significa riappropriarsi del gusto di fare quel cinema con la libertà narrativa che consente solo certa tv.
Per farlo servono sceneggiature scritte benissimo, attori capaci di reggere ciak di quaranta minuti, (anche dal punto di vista emotivo) e una regia non semplice ma fondata sulla semplicità, che rinuncia a qualsiasi vezzo e si attiene a una grammatica precisa, accompagnando i dialoghi senza virtuosismi.
Ecco, allora, che apparenti sfumature, come l’orario in cui il paziente incontra il dottor Mari, si rivelano invece fondamentali per la messa in scena e per il racconto. La luce diventa parte integrante della narrazione e la vita dei protagonisti, che scorre fuori dallo studio dello psicoanalista, entra dentro quella stanza “mostrando” chi sono e cosa fanno quando non sono con Mari.
Si compie così un piccolo e paradossale miracolo: una serie ambientata in un unico ambiente racconta una città, mostra le esistenze dei protagonisti senza farle vedere. E questo accade perché i personaggi – con tutti i loro malesseri o forse proprio per questo – sono portatori sani di vita e come la vita sono meravigliosamente imprevedibili.