1994
Siamo alla fine della campagna elettorale, la più grande operazione di marketing mai vista. Mesi di grande entusiasmo.
La campagna è servita a vendere l’impressione che le cose erano predisposte per il cambiamento. Il 1994 è l’anno in cui si è cercato di vendere il nuovo. Non certo il diverso.
Si è trattato sostanzialmente della riproduzione di un modello preesistente. Dopo l’anno della Rivoluzione e quello del Terrore, dunque, la trilogia giunge a compimento con il racconto dell’anno della Restaurazione.
Abbiamo lasciato Leo Notte a terra agonizzante, lo ritroviamo nell’aldilà di uno studio televisivo. È il tempo in cui televisione e politica diventano una cosa sola. Si realizza quel mondo distopico prefigurato negli anni 70 da Flaiano, “Fra 30 anni l’Italia non sarà come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la TV”. Il mondo dei nostri personaggi. Quello dove la posta in gioco per sopravvivere è sempre la stessa: il potere.
Nella nuova stagione il concept si rinnova. Il racconto multistrand che intrecciava le diverse storie dei personaggi si trasforma e ogni episodio acquisisce uno stile e una forma diversi. Ho cercato di dare un segno preciso a ciascuno dei quattro episodi da me diretti (1, 2, 3, 5), mutando ogni volta la messinscena, il tono, la palette dei colori. E anche la musica.
Si passa dagli ambienti claustrofobici da thriller politico del primo episodio, alle atmosfere sfolgoranti della Costa Smeralda del quinto. Naturalmente lasciando invariato il carattere dei personaggi, il modo in cui siamo abituati a vederli agire, la loro coerenza nella storia.
Giuseppe Gagliardi
L’anno 1994 costituisce lo spartiacque tra due mondi.
Due modi diversi di essere cittadini, elettori, politici. È l’inizio della Seconda Repubblica.
Ho avuto la fortuna di poter raccontare un pezzo di storia del nostro Paese attraverso le quattro puntate da me dirette (4-6-7-8). L’occasione di mettere in scena un quadro a volte distonico, all’interno del quale i personaggi si muovono spinti dalla voglia di vincere l’uno sull’altro.
L’occasione di potergli stare così vicino da sentirne il respiro affannato della loro personale “guerra fredda”.
Sul terreno ci sono tutti gli elementi della tragedia classica: il coro, la guerra, la politica, lo stato, l’amicizia, la gelosia, il tradimento, l’amore e l’odio. Ad esempio, la Procura di Milano è il teatro di una lunga battaglia. La sfida finale tra Di Pietro e Berlusconi passa e si interseca nella mente e nelle anime di tutti i nostri personaggi. Un quadro dove anche un gesto piccolo e semplice come levarsi di dosso la “divisa della battaglia” (la toga) risulterà un gesto violento e strategico che si ripercuote nella Storia.
La drammaturgia mi ha suggerito la strada visiva, tracciandomi la direzione da seguire, alternando liricità a momenti di semplice incontro di sguardi e di parole.
L’occasione di accompagnare i personaggi fino alla conclusione del loro percorso emotivo e narrativo, portandoli ad esito, mi ha permesso di ampliare il mio pensiero permettendomi di avere un’idea di messa in scena più larga e nitida, cercando sempre una linea empatica tra i personaggi e lo spettatore.
Claudio Noce