Limonov
INTERVISTA A KIRILL SEREBRENNIKOV
Che cosa sapeva di Limonov prima di intraprendere questo progetto?
Quando ero giovane, leggevo il suo quotidiano “Limonka” che era molto popolare, specialmente tra i giovani, per la sua natura alternativa e anticonformista. Per certi aspetti, la vita di Limonov si svolgeva davanti ai nostri occhi. Il suo coraggio, il suo modo di essere diverso da tutti gli altri, mi colpiva profondamente. Ma quando ho iniziato a interessarmi di più a lui e a seguire la sua evoluzione politica, la mia prospettiva è cambiata. Il suo partito, il Partito Nazional Bolscevico da lui fondato nel 1993, ci diede un primo assaggio del fascismo, di quello che sarebbero diventati i fascisti russi.
Lo ha mai incontrato di persona?
Per un certo periodo mi capitava spesso di incrociarlo in occasioni mondane. Frequentava quei ritrovi sempre in compagnia della sua bellissima moglie, Katia Volkova. All’epoca scriveva per riviste patinate, non dando esattamente prova di coerenza con la sua retorica anti-borghese! Non gli ho mai rivolto la parola, né allora né in seguito. Venne a vedere uno dei miei spettacoli, “Otmoroski” (“The Scumbags”), tratto dal romanzo di Zakhar Prilepine. A dire il vero è sorprendente ripensarci adesso, a distanza di tanti anni, perché era una pièce fortemente politica, inimmaginabile nella Russia di oggi. Dopo lo spettacolo facemmo una foto insieme. Limonov sembrava una statua, un Buddha disceso dal suo piedistallo. Non scambiammo neanche una parola e devo ammettere che non provai alcun desiderio di farlo. Sui social media fu particolarmente perfido, ne ebbe per tutti, compresi Prilepine e me. Era diventato molto cattivo eppure quando lessi il suo romanzo “The Old Man Travels” (2015) lo trovai commovente.
Come le è venuta l’idea di adattare il romanzo “Limonov” (2013) di Emmanuel Carrère?
Si tratta di un progetto che mi è stato offerto e ho quindi deciso di avvicinarmici immergendomi nel libro di Emmanuel Carrère che in modo molto preciso e ingegnoso mostra Limonov come un eroe lirico. Sono rimasto incantato dall’intelligenza del libro e ho subito desiderato scrivere io stesso la sceneggiatura. Bisogna subito sottolineare il fatto che non si tratta in alcun modo né di una biografia di Limonov né di un biopic. È un adattamento cinematografico del libro di Carrère. Seguo i pensieri e le intonazioni di Emmanuel, il suo approccio, il suo tentativo di dipanare il mistero che ammanta Eddie, o Edditchka, l’eroe lirico creato dal romanziere. Emmanuel Carrère e io ne abbiamo parlato a lungo e sono felice di essere riuscito a convincerlo a venire sul set perché volevo a tutti i costi che fosse nel film... È arrivato il 25 febbraio 2022, quando tutti stavano lasciando la Russia perché era iniziata l’invasione dell’Ucraina.
Perché ha scelto di girare il film in inglese con Ben Whishaw, un attore britannico, nei panni di Limonov?
L’inglese è apparso una soluzione logica per un progetto molto internazionale. È una produzione italiana, tratta da un romanzo francese e diretta da un regista russo. È anche l’adattamento di un romanzo che ha riscosso un enorme successo in tutto il mondo e che si rivolge a un pubblico occidentale. Mi hanno suggerito molti attori diversi per interpretare il protagonista. Io cercavo qualcuno che avesse una somiglianza fisica con Eddie e lo incarnasse a un livello più profondo. Ben ha superato tutte le mie aspettative. È veramente un grande artista. Ho provato un immenso piacere a osservarlo trasformarsi in Limonov, come un camaleonte. Vale la pena di notare che nella vita Ben è l’esatto contrario di quello che era Limonov. È un inglese raffinato, gentile e pacato. Eppure davanti alla macchina da presa diventa un autentico russo di nome Limonov! C’è qualcosa di misterioso in questa trasformazione radicale, sebbene sia ovviamente anche frutto di un’approfondita preparazione. Ben ha assorbito una considerevole quantità di immagini di archivio, si è immerso in esse. Sul set, molti tecnici della troupe avevano conosciuto il vero Limonov e in pratica sono stati i primi spettatori del film ed erano pienamente convinti che senza ombra di dubbio alcuno Limonov era tra noi.
Le riprese del film sono state interrotte dall’invasione russa dell’Ucraina...
È una storia unica e tragica. Quando è iniziata la guerra, noi avremmo dovuto iniziare a girare le scene ambientate a New York. Avevamo ricreato due quartieri di New York City in esterni a Mosca. Gli interni avrebbero dovuto essere girati in un teatro di posa negli studi della Mosfilm. Poi c’è stata l’invasione. Le ambasciate hanno invitato gli stranieri a tornare nei loro Paesi e Ben Whishaw è dovuto partire. Ci siamo ritrovati, insieme al direttore della fotografia e allo scenografo, su quei set ormai privi di senso. Dopo sei mesi, i nostri produttori hanno deciso di ricostruire i set di New York in un altro luogo in Europa e abbiamo ripreso a girare. In totale la lavorazione del film ha richiesto ben cinque anni.
Che tipo di impatto hanno avuto questi eventi sul contenuto di “Limonov”?
Sostanzialmente la storia stessa è diventata più penetrante e più terribile, come pure il personaggio. Tutto quello che sta succedendo oggi ha origine negli scritti di Limonov. Voleva la guerra, voleva il ritorno dell’Unione Sovietica. La sensazione è che stiamo vivendo nel mondo che lui aveva sognato, come se il Cremlino avesse tratto direttamente ispirazione dai suoi testi e da quelli di Aleksandr Dugin (filosofo e membro del Partito Nazional Bolscevico). Considerando l’attuale contesto provo un desiderio ancora più forte di esplorare i meccanismi che hanno condotto a questa violenza, di comprendere dove ha origine il fascismo russo. Non ho assolutamente idea di cosa avrebbe pensato Limonov di questa guerra o del bombardamento della sua città natale, Kharkiv. Non voglio fare illazioni perché la guerra non la si scrive al condizionale. Ma so per certo che era favorevole all’annessione della Crimea e che sosteneva i separatisti che tuttavia considerava non abbastanza radicali, al punto di accusare la Russia di debolezza.
Può parlarci della spettacolare fotografia del film?
Innanzitutto, ricreare quell’epoca – l’URSS degli anni ’60-’70 e poi quella degli anni ’90, o persino la New York degli anni ’70 – è stata una sfida. Volevo la massima autenticità. Abbiamo usato immagini dell’epoca per ricreare una New York estremamente sporca, piena di ratti e di rifiuti abbandonati, l’inferno sulla terra. Sono molto curioso di sentire l’opinione degli spettatori americani a proposito di quelle scene. Abbiamo anche cercato figuranti i cui volti assomigliassero a quelli della gente di quegli anni. Abbiamo lavorato sui costumi e sull’atmosfera generale. È stato esaltante. Sul piano stilistico il film è simile a un album di fumetti o a un collage. Volevo usare tutti i formati: quadrato con immagini in bianco e nero per l’Unione Sovietica, poi un formato largo e colorato per gli Stati Uniti. La fotografia è la mia grande passione. Ho attinto molto dagli archivi. Come indica il titolo, questo film è una "ballata", una ballata cinematografica, prendendo a prestito dalla poesia il ritmo, le allitterazioni, intessendo tempo e persone. In russo la ballata è anche una forma di canto medievale accompagnato dalla danza. La musica è particolarmente importante in questo film. Ho scelto le canzoni prima ancora dell’inizio delle riprese perché volevo che gli spettatori sentissero sempre quello che Eddie aveva nella testa. Ho lavorato con un gruppo russo, gli Shortparis, che hanno reinterpretato in un modo inedito diversi brani molto noti di Tom Waits, Lou Reed e dei Velvet Underground, aggiungendo un tocco moderno. E poi il compositore Massimo Pupillo ha scritto le musiche originali del film che trovo meravigliose, mixate con sound diversi, in lingue diverse, davvero potenti.
In conclusione, come descriverebbe il personaggio di Limonov?
Controverso, contraddittorio... Sono queste le parole chiave per comprendere Limonov. Ancora una volta non sto parlando della figura storica, ma del mio personaggio, dell’Eddie lirico. Come dice Emmanuel Carrère: è come l’eroe di un romanzo, non ha un registro morale. Eppure, ha in sé qualcosa di poetico. È un poeta alternativo, è innamorato, è appassionato. Poi diventa militarista, imperialista e fascista. Inizia a odiare tutto il mondo in conseguenza della perdita del suo grande amore, Elena, e anche perché non riesce a conseguire la gloria a cui aspira. È realmente un anti-eroe, una specie di "Joker" russo.